venerdì 7 ottobre 2011

la tesi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. ma prima?

Tra un mese esatto inizia il mio appello di laurea.
Ed io, in pratica, sto vivendo da giorni nel XIII secolo. Non bastava studiare mattina pomeriggio sera e notte un trovatore, vero? Eh no. Mio padre mi ha regalato un thriller medievale. I thrillers medievali saranno pure di dubbia qualità se non c’è scritto sopra Umberto Eco ma, oh, non ce la faccio a smettere di leggerlo e tiro a notte fonda e mi ritrovo alla mattina tra le carte del mio poeta e mi chiedo ma ho dormito?
Vivo nel Duecento, insomma. Anche se non credo che nell’Anno del Signore MCCXXXVI – precisamente quello in cui fu composta la poesia che sto… ah-ehm… editando – ci fossero le sigarette (troppe) o due computer che ardono dall’alba al tramonto, perennemente connessi con quel benedetto sito che si chiama archive.org e con l’altrettanto benedetto sito della BEdT.
Io non me lo riesco neanche a immaginare di scrivere una tesi senza internet. E non nel senso che sto copiando tutto da Wikipedia (che, detto in confidenza, la causa è giustissima e nobilissima, ma proprio mo’ la dovevate oscurare!?!) (fortuna che ho fatto in tempo a ripassarmi lì ogni figura retorica possibile e immaginabile) (a proposito, lo sapevate che ne esiste una che si chiama catacresi? Io no.) o da Studenti.it.
Col termine di confronto dei potentissimi (e scontatissimi) mezzi di oggi, mi è proprio difficile immaginare la concentrazione assoluta che deve servire per spippolare le parole su una macchina da scrivere. Senza poter sbagliare mai. Altrimenti quella pagina è tutta da rifare. Perché, diciamocelo, il bianchetto è così sciatto!
(Ma poi, quando e chi l’avrà inventato il bianchetto?)
Me la ricordo la macchina da scrivere di mia madre. Le poche volte che mi permetteva di usarla sbagliavo anche il mio nome, non riuscivo a calibrare la forza del dito, l’allineamento era sempre storto, una lettera era chiarissima, quella dopo un’illeggibile macchia d’inchiostro. E invece ora basta un topo con un sensore sotto che muove una freccia inesistente e tac tac tac, un click qui, uno là, scrivi, cancelli, copi, sposti, tagli e cuci e alla fine stampi inviando il comando comodamente seduta in camera tua – o eremo galloromanzo che dir si voglia – alla stampante che si trova al piano di sotto. Oppure, in un secondo, la spedisci al relatore, il quale la riceve nello stesso istante. (Quanto al fatto che Egli poi la legga, quello è un altro paio di maniche).
Eppure che fascino che aveva la macchina da scrivere, con quei ticchettii che spostavano l’aria e il rumore del rullo spinto a capo e quello del foglio tirato su a facciata finita!
Per non parlare della questione bibliografica: come cazzo facevano a trovare tutti i riferimenti senza internet? Quanto tempo serviva per consultare i cataloghi in loco? Veramente, mi sembra un’impresa impossibile.
Se c’è qualcuno che bazzica qui e che si è laureato prima dell’era postcontemporanea, può raccontarci come si faceva?

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